RAFFAELA MARIA SATERIALE

Artista e promotore d'arte

Curatori e curatori...

Devo dare ragione a Achille Bonito Oliva, quando ad un’intervista ha detto che la Biennale di Venezia doveva essere curata da un critico e non da un curatore, dato che, secondo lui, i curatori sono semplici manovali alle dipendenze dell’arte.

Non ha tutti i torti, ma forse bisognerebbe fare un distinguo: ci sono curatori e curatori...

Come ci sono critici e critici, ma si tratterebbe di un altro argomento!

Alcuni curatori si improvvisano tali, non fanno scelte stilistiche, non approfondiscono la conoscenza degli artisti, non seguono un disegno o un progetto che rispetti precise idee estetiche e creative.

Molti e forse i più accettano richieste da parte di tutti quelli che chiedono di apparire e credono che solo attaccando quadri ai chiodi o disponendo opere qua e là abbiano fatto bene il proprio lavoro.

Certo che hanno fatto della manovalanza, che hanno semplicemente riempito spazi, senza conoscere neppure cosa hanno tra le mani e senza conoscere la storia di chi ha prodotto quella data opera!

 

Per la mostra di Antonio Molinari ho voluto approfondire la mia conoscenza del personaggio scomparso nel 1995.

Ho parlato tantissimo con chi lo ha conosciuto: con la vedova, con il figlio; ho cercato tra le sue cose personali, le ho toccate, guardate, ho provato ad immaginare lui con quegli oggetti tra le mani.

Ho visionato centinaia di foto, centinaia di opere…

Viste e riviste.

Sono ben tre anni che con Roberto Russo frequentiamo la casa di Molinari e grazie alla signora Rosy sono riuscita a trovare un contatto con il maestro.

Due anni fa, durante una della tante visite in casa Molinari, ero seduta tranquillamente a guardare le opere del maestro (Molinari riponeva i suoi lavori in cartelle di cartone). Improvvisamente la signora Rosy, vedova di Antonio, tirò fuori da una delle cartelle un bellissimo autoritratto, mi fece rabbrividire... 

Quando poi dalla stessa cartella uscì un piccolo ritratto di donna l’emozione mi attanagliò la gola.

Due piccoli capolavori fatti a distanza di dieci anni, ma così vicini e così simili da lasciare senza fiato.

Guardando i dipinti capii subito che tra i due personaggi ritratti (Antonio Molinari e Maria De Wilde Knight) c’era stato un forte sentimento.

Lacrime di emozione mi scesero libere, come libero era stato quell'uomo, anzi artista.

Libero di usare i colori, il disegno, le tecniche, libero dagli schemi, eppure aveva una preparazione accademica da fare invidia ai migliori maestri del ‘500.

Molinari conosceva la prospettiva, i chiaro scuri, la tecnica dell’olio e soprattutto era un esperto dell’acquerello, tecnica difficilissima.

Aveva passato la vita a sperimentare, a cercare tra le macchie l’immensa perfezione della natura: lui stesso in un suo scritto diceva che bastava guardare una macchia di muffa per scoprire il bellissimo mondo dell’informale.

 

Tornando ai curatori, sono arrivata alla mia trentesima mostra: poche, molte?

...tenendo conto che per ogni mostra impiego diversi mesi di ricerca, che contatto gli artisti, visito personalmente i loro studi, scelgo le opere, faccio le fotografie, realizzo i video, rielaboro i dati recepiti, contribuisco alla registrazione dei colloqui, delle interviste, alla raccolta di materiali documentari (cataloghi, depliant, biografie, curriculum ecc), scambio idee e qualche volta discuto accesamente con gli artisti.

Ma alla fine, solo quando mi sento appagata e convinta, mi approprio dell’arte, delle immagini, dei sentimenti dell’artista e con la mia creatività cerco di immaginarmi un allestimento giusto.

Non è sempre facile far capire ad alcuni artisti che io li voglio 'curare': qui mi sento completamente diversa da certi curatori.

Non potrei mai attaccare dei quadri ai chiodi senza averli visti prima, senza aver conosciuto l’artista che li ha prodotti, senza aver avuto il tempo di immaginarmi il luogo, l’allestimento, il percorso, il racconto, l’emozione che l’insieme deve dare.

Mi sento responsabile della vita di un artista, che vuole trasmettere la propria arte, la propria storia, la propria bravura.

In passato ho allestito altri luoghi che esulano il mondo dell’arte, ma in fondo non così diversi.

Ho progettato e organizzato sfilate di moda, cercato tra decine di modelli quelli giusti per una bella sfilata, ho scelto i colori, le forme, le modelle, ho dovuto scegliere addirittura i tappeti che avrebbero ricoperto la passerella, le tende, i drappi, le luci e i sottofondi musicali.

L’insieme doveva risultare armonioso e bello.

Al centro del mio universo creativo sta la bellezza e così cerco di fare quando devo allestire una mostra, che sia di un grande artista o di una giovane promessa.

Armonia, bellezza, messaggio, comunicatività, comprensibilità.

Al centro dell’attenzione l’opera dell’artista, al centro dell’opera l’artista stesso.

Quando creo un percorso provo a immaginare il pubblico che viene a visitare la mostra.

Persone semplici o collezionisti, giovani o meno giovani, il pubblico è vario e si aspetta cose diverse, ma di sicuro tutti cercano la bellezza, cercano una storia, cercano di comprendere la vita di un artista sconosciuto o fin troppo noto...

 

 

DAL SITO GMP GUIDA ALLE PROFESSIONI

 

Hanno ragione quelli del sito GMP, soprattutto per lo stress che questa professione comporta!!!

Gli artisti molte volte vanno guidati, altri vanno sostenuti, altri ancora capiti... bisogna essere anche un po' psicanalisti!!!

Ma se ami l'arte, se pensi che l'unica ragione della tua vita è vedere le città più belle perchè arricchite da opere d'arte, se pensi che i musei devono essere aperti a tutti anche agli artisti contemporanei, se pensi che chiunque può/deve capire un’opera d’arte, se pensi che l’arte è bellezza, emozione, sentimento, eternità allora puoi fare il curatore! Raffaela M.Sateriale

Chi e e cosa fa? Il curatore di mostre segue tutti gli aspetti di contenuto di una mostra in campo artistico o culturale. L'attivita e svolta in genere come libero professionista, a stretto contatto col soggetto organizzatore (spesso un ente pubblico) che invece si occupa degli aspetti organizzativi ed economici.

Quali sono le attivita piu frequenti? Le sue attivita possono comprendere: definire l'oggetto della mostra, individuare le opere da esporre, contattare gli artisti e i curatori dei musei per il reperimento delle opere da esporre, scrivere il catalogo, decidere la collocazione e la presentazione delle opere.

Dove sono svolte e in quali condizioni? L'attivita e svolta in ufficio, in ambienti normalmente confortevoli, e presso le strutture di svolgimento degli eventi, con viaggi frequenti.

Quali strumenti o apparecchiature utilizza? Per lo svolgimento della sua attivita utilizza principalmente computer con programmi di videoscrittura e altre attrezzature da ufficio.

Quali sono i requisiti necessari per svolgere questa professione? Sono necessari una laurea in discipline architettoniche, artistiche o in conservazione dei beni culturali. Sono inoltre necessari capacita di analisi, autonomia decisionale, capacita di organizzazione e pianificazione, resistenza allo stress.

Controindicazioni: contatta un consulente di orientamento se pensi che le tue condizioni di salute possano influenzare lo svolgimento di questa professione.

dal sito http://www.professioni.info/povol/549.htm

 

 

 

CONDIVIDO PIENAMENTE!!!!!!!!

 

 

 

Carteggio di una Mostra

 

Riproporre una Mostra già esposta in un’altra occasione -la Biennale di Venezia del 2001- ha significato per il centro d’Arte Aion di Ascona, approfondire alcune tematiche emerse e comprese a distanza di qualche anno, allorché, rispolverando la corrispondenza, il materiale espositivo e alcune foto d’ archivio, prende forma nuovo e inconsueto il presupposto per l’approfondimento di un lavoro sancito dalla stretta collaborazione tra un artista ed un curatore contemporanei.

 

Harald Szeemann, scomparso da poco più di 4 mesi, ha lasciato una difficile eredità a quanti si avvicinino al complesso mondo dell’Arte: non solo il ricordo di mostre indipendenti, curate nel dettaglio da chi aveva la capacità di vederne l’insieme, armonizzando l’opera d’arte con il suo tempo e con lo spazio, ma soprattutto un diverso e moderno approccio all’arte che ha preso forma nella figura di curatore critico e partecipe dell’allestimento. E’allora,con il senno di poi, che la complessa produzione di Szeemann si presenta nuovamente a noi che con occhi vigili, questa volta, abbiamo il compito di dar ragione a chi profeta –talvolta incompreso- già aveva fatto.

 

Non deve stupire che rileggendo la mostra si sviluppino l’ una dentro l’altra la riflessione poetica, l’analisi storica o la critica al contemporaneo che la figura del curatore si sovrapponga a quella del poeta per lasciar posto avvolte al critico disincantato perché è proprio nel poliedrico impegno del grande curatore che tutti questi aspetti presero vita coerentemente.

 

Più intenso è il presente migliore è il futuro...

H.S.

 

La città di Venezia fu testimone di un insolito accavallarsi di compiti: qui  Szeemann, nella veste di direttore della Biennale, si immedesimò con tale trasporto nel suo lavoro da divenire presto egli stesso uno dei tanti poeti che fermarono con il segno indelebile della poesia figurata pensieri di profonda e toccante autenticità. D’altra parte l’allestimento del Bunker Poetico era una occasione unica per dare voce a quanti intendessero comunicare arte -poesia- attraverso l’arte. Lo spazio, lungo circa trecento metri, era divenuto un’estensione parlante, animato da flussi osmotici dove i poeti, attraverso le opere di Rotelli, diffondevano i loro versi al mondo, dove Rotelli, con l’aiuto di Szeemann era riuscito a convogliare i suoi sforzi e a concretizzare la sua ricerca di poesia - arte, ma anche e qui l’insolito elemento di una mostra, dove il curatore, Szeemann, aveva contribuito non solo con il linguaggio non verbale dell’allestimento critico, ma anche con quello verbale e manifesto dell’arte lirica.

 

In quell’occasione il poeta Szeemann, aveva lasciato al mondo contemporaneo, poche ma lapidarie parole; disse di quei sottili fili che legano il presente al futuro, che ci obbligano a dare un senso a ciò che facciamo hic et nunc, pena l’irrimediabile; poi con acuta saggezza aggiunse - ora non più un pensiero per la vita, un consiglio ad assaporarla intensamente e coscientemente- alcune parole su ciò che sappiamo essere inafferrabile: un’unica e sola certezza.

 

 

 

    Non esiste una sola verità, ma sono almeno due

H.S.

 

Come per tutta la vera lirica non ci sarebbe approfondimento possibile per svelare la valenza del pensiero in essa racchiusa. Tanto meno sarebbe giusto farlo poiché la poesia si deve innanzitutto sentire ma sicuramente le poche parole di Szeemann parlano ancora oggi a chi lo vuole ascoltare e dicono chi era e che levatura aveva chi le sancì; svelano il dono che possedeva un uomo maturo il quale sapeva vedere oltre il contingente, oltre l’effimero dei luoghi comuni e sapeva inabissarsi con pensiero critico fino a raggiungere il cuore pulsante delle cose, nel Sistema come nell’Arte.

 

Allestire è amare

H.S.

 

Il lavoro di Szeemann si può allora definire moderno nell’aver saputo dare il giusto spazio all’attualità, liberando, a volte appoggiando l’espressione dell’artista quando questa intendeva trasmettere perché seppe legare il Sistema, il Reale, la Società con il fare Arte, con l’aspirazione all’Utopia, con la ricerca del migliore dei modi possibili.

 

Il lavoro del curatore era per Szeemann uno strumento con cui riflettere sul presente, perché, come egli stesso dichiarò, gli artisti sono espressione del loro tempo, sono lo Zeitgeist, coloro che hanno la voce della poesia pur vivendo nella mediocrità del momento; quindi allestire significava rendere fertile il terreno perché qualcosa oltre il puro fenomeno fosse visto e compreso.

 

Spunto per l’allestimento era chiaramente l’opera, isolata nello spazio o viva nel confronto con altre, ma poi essenziale era la comprensione profonda del sentire dell’artista. Ecco perché ha senso rivedere la corrispondenza intercorsa tra Rotelli e Szeemann. Da essa si può risalire al lavoro del curatore che non ha mai voluto essere soltanto un coreografo capace di emozionare con effetti ricercati ma un comunicatore prima di tutto. Si prodigò per proiettare verso il futuro la lingua dell’arte agendo come una sorta di ponte tra l’artista e lo spettatore in aiuto di un messaggio profondo, a volte stratificato sotto più livelli estetici.

 

Rileggere grazie a questa mostra,  il Bunker Poetico della Biennale di Venezia equivale quindi a rendere omaggio al lascito verbale, poetico dell’Uomo e allo stesso tempo all’eredità non verbale del Curatore, perché  a questo progetto egli si dedicò seguendo il suo personale modus operandi, svelando ancora una volta l’innata capacità e la spiccata vocazione di curatore contemporaneo, poliedrico, coinvolto e coinvolgente.

 

    

 

   Quando la poesia valica la porta del corporeo

 

Ciò che stupisce nel vedere per la prima volta un’opera di M. N. Rotelli sono la grazia e la vitalità con le quali elementi diversi riescono a coesistere in un equilibrio impensato prima di quel momento. Una sola creazione eppure un’infinita serie di suggestioni che si accavallano. L’occhio è trascinato via dal colore, dalle linee e mentre si accinge a trovare un senso a quello che riconosce come scrittura è già immerso nel suono della parola poetica, in quel prezioso codice che fa dell’esperienza umana una forma d’arte.

 

Sin dai suoi esordi Rotelli ha cercato un medium espressivo che armonizzasse i tanti linguaggi artistici, non solo pittura, non solo poesia, non solo luci e ombre, suoni o immagini ma tutte queste insieme in una voce polifonica.

 

D’altra parte, i suoi studi come architetto e il desiderio di apprendere lo hanno portato ad avvicinarsi alle diverse discipline del sapere; i viaggi e i primi progetti esposti in tutto il mondo hanno creato poi quel sostrato culturale che adesso emerge con sicurezza dal suo lavoro.

 

Affatto geloso del suo creare ha intessuto una ragnatela di rapporti vivi e pregnanti con quanti hanno voluto confrontarsi. Persuaso che l’arte ha più volti: quelli con cui si palesa, ma anche quelli di chi la crea, ha da sempre cercato di coinvolgere nel sul lavoro filosofi, poeti, musicisti, registi e fotografi. Così le sue opere sono divenute lo specchio del dialogo tra il mondo ed egli stesso.

 

Ha contrastato con fermezza quella separazione a volte forzata e poco sincera che voleva l’artista eroico e incompreso genio, distante dal reale e capace di esprimersi in una sola lingua e ha invece ridato dignità alla figura stessa del creatore moderno, consapevole di dare ma anche di prendere forza ed emozioni dalla vita. La compartecipazione e  questo processo d’osmosi ovvero l’apertura verso l’Altro sono divenuti un leit motiv del suo operare. Ecco allora che da questo atteggiamento maturato in M.N. Rotelli, prende luce uno dei suoi progetti più apprezzati: Bunker Poetico.

 

Chiamato da H. Szeemann per lavorare alla 49° biennale di Venezia sul tema Arte e Poesia egli fece pervenire la richiesta al mondo poetico di scrivere alcuni versi “dedicati all’altro, non solo come altro da sé e altro in sé, ma anche come altro in apparenza invalicabile”. Il risultato fu allora un’opera collettiva in tutti i suoi aspetti: nel linguaggio, un caleidoscopico insieme di pittura, poesia ed eterogenei supporti, nel contributo comune, Rotelli , Szeemann e tutti i poeti che dal mondo inviarono i loro versi e infine nella comunicazione, questa volta per tutti e non solo per una ristretta elite culturale ma per la “Platea dell’Umanità” cui la Biennale nel segno di Szeemann si rivolgeva.

 

Adesso, a distanza di quattro anni, da quest’allestimento, si vuole dare di nuovo voce ad un progetto di grandissimo valore e a quanto oltre ad esso è stato raggiunto da M.N. Rotelli. Il Bunker poetico, quale pausa necessaria nel viaggio dell’artista e del visitatore poi, è in uno spazio a sé, centrale nella vita come nella mostra, quello da cui, come in un percorso nel tempo, si procede scivolando negli anni successivi  in quella produzione che è definita “Oltre”. Ăˆ quindi chiaro sin dai primi passi nel Canneto poetico, fuori dello spazio allestito, che si sta per iniziare un viaggio. Ci s’immergerà in un mondo diverso, fatto di luce, poesia e colore, attraverso un linguaggio artistico bello per il suo valore estetico e per il suo intrinseco messaggio umano. I testi diventano fasci di luce proiettata, sono parole sovrapposte a vecchie porte e tele colorate, abbelliscono a volte disorientano ma sicuramente trasmettono e comunicano.

 

Il percorso della mostra vuole proprio ottenere questo, che le opere dialoghino con il visitatore, che egli conosca il messaggio di quanti hanno voluto inviare il proprio sentire, senza però opprimere con la pedante presunzione di tanta arte che vuole essere pedagogica. Dunque ancora una volta è chiara la volontà di Rotelli di voler scambiare, colloquiare con l’altro e non porsi come disincantato e lontano artista avente il compito di educare il mondo.

 

Il percorso scelto mostrerà anche come l’idea di dar una valenza figurativa alla poesia fosse già presente nei primi progetti di Rotelli allorché usava la luce come medium principale per approdare poi a mezzi materici. La ricerca successiva infatti, coerente nel suo sviluppo, ha portato l’artista ad utilizzare specchianti lastre metalliche, porte e materiali di scarto, sino a semplici pergamene.

 

Appare da ciò chiaro che nel continuo modificarsi di supporti ciò che è rimasto costante è il segno poetico -la cifra artistica di Rotelli- che si avvolge su se stesso come un nastro di Moebius.   

 

Ci si potrebbe chiedere allora se è la parola a materializzarsi o le opere che divengono poesia ma forse, la conclusione più plausibile è che il lavoro di Rotelli è arte non per forza riconducibile ad una riconosciuta tradizione formale ma sicuramente seduttiva ed emozionante.

 

dott.ssa Erica Viarisio

 

Sito ufficiale di Marco Nereo Rotelli

www.marconereorotelli.it     

 

Coordinazione: dott.ssa Erica Viarisio

 

 

VEDO CHE L'ARGOMENTO ENTUSIASMA E COIVOLGE MOLTI!!!!

 

Farò il curator

PROFESSIONI Famosi come attori e contesi come stilisti. L'arte contemporanea si muove attorno a una nuova categoria di personaggi, i curatori. Veri artefici dei destini e del successo di mostre e giovani talenti

di Maria Grazia Meda
Foto di Gaia Cambiaggi
Credo che, attualmente, il curator sia la figura centrale dell'arte contemporanea. Un personaggio di una fluidità quasi totale". Ăˆ il commento di Arthur Danto, docente di filosofia alla Columbia University e noto critico d'arte. Un'affermazione quasi scontata per chi vive all'interno di quel mondo, e rivelatrice per il grande pubblico: ci dice dove guardare nel complesso sistema - tanto discusso quanto impenetrabile ai non addetti ai lavori - che compone l'arte contemporanea. Il termine curator infatti è diventato una buzz word, tanto glamour quanto inflazionata, tanto presente nel linguaggio contemporaneo quanto misteriosa nel suo reale significato. Senza lanciarsi in un'esegesi della figura del curator è però interessante fare un passo indietro, per ricontestualizzare non tanto la nascita di questa figura (a modo loro già i grandi mecenati del passato, commissionando opere, riunendole e mostrandole ai loro pari, facevano un lavoro curatoriale) ma la sua elevazione al rango di star, di elemento centrale della scena artistica attuale. Quindi: perché, oggi, il successo di una mostra dipende non necessariamente dalle opere esposte ma dal nome del curatore che l'ha organizzata? Insomma, perché oggi il curatore è trattato come una rock star? In un recente articolo, un giornalista del Financial Times cercava di spiegare con humour squisitamente british cosa significhi oggi godere di una fama da rock star; attributo con il quale ormai si etichettano non solo i cantanti ma svariate categorie di personaggi pubblici. E per spiegarlo, usava un'immagine tanto divertente quanto efficace: la rock star è un personaggio al quale i fan vogliono lanciare le mutande. Ecco: oggi il curator raccoglie - metaforicamente - una montagna di mutande da un pubblico così vasto ed eterogeneo da includere studenti, fashion victims, ricchi industriali, professionisti trendy, collezionisti storici, ministri della cultura, direttori di musei e star hollywoodiane. Per crederci basterà fare un giro ai prossimi grandi appuntamenti dell'arte quali la Biennale di Venezia e Documenta XII (vedi box). E comunque la prova l'abbiamo avuta l'anno scorso alla Biennale di Berlino quando, durante l'inaugurazione, la folla andava in visibilio non appena apparivano all'orizzonte le silhouettes dei suoi tre curator - Maurizio Cattelan, Massimiliano Gioni e Ali Subotnik. Per dovere di cronaca va ricordato che già in passato il rimpianto Harald Szeeman, padre di tutti i curator contemporanei, faceva vibrare il pubblico dei connaisseurs; ma sempre per dovere di cronaca bisogna anche sottolineare che molte cose sono cambiate nel sistema arte in un brevissimo arco di tempo. Intellettuali-star Ăˆ nel contesto particolare di questi ultimi anni che la figura del curator è diventata visibile agli occhi del grande pubblico: il suo classico ruolo propositivo - mostrare opere di artisti riuniti intorno a un'idea, un progetto - viene interpretato come uno statement che definisce il gusto e traccia delle direzioni in materia d'arte contemporanea. Un ruolo magari non cercato ma assunto pienamente. E forse non poteva essere altrimenti. Il curator-star incarna l'ultima fase di un processo di evoluzione che ha visto il mondo dell'arte trasformarsi in un grande, bulimico mercato, dove l'opera d'arte è, appunto, un prodotto di consumo. In questo trend il curator, così come oggi è percepito e collocato all'interno dell'art system, non potrebbe esistere se non ci fosse stato questo cambiamento strutturale nel modo di vendere il prodotto arte. In questa logica mercantile il curator è nel contempo critico/gallerista/artista/manager. Il mercato si aspetta che lui confezioni un prodotto elaborandone tutte le tappe: dalla sua concezione - il tema di una mostra - fino alla vendita al pubblico, catalogo incluso. Un fenomeno preannunciato negli anni '80 quando i fratelli Saatchi occupavano la prima pagina del Financial Times con il loro impero pubblicitario ma erano anche sulla copertina di Artforum per la loro collezione d'arte; insomma quando l'arte si è trasformata da passione per ricchi mecenati a vero e proprio business. Passione e business In questa accelerazione vertiginosa della mediatizzazione e della mercificazione dell'arte, il curator è diventato il motore potente di questa nuova forma di consumismo, dettandone le tendenze, "fabbricando il consenso". In un dossier pubblicato sull'autorevole rivista d'arte Parkett, Massimiliano Gioni pone appunto la domanda sul consenso in campo artistico. Domanda provocatoria e necessaria in un momento nel quale l'arte contemporanea - come suggerito da Gioni stesso nell'introduzione - è probabilmente a un bivio: continuare a presentarsi come una nuova forma di infotainment che aspira all'accettazione massiccia e incondizionata del grande pubblico, oppure trovare una nuova radicalità, che non cerchi il largo consenso ma piuttosto nuove forme di resistenza nei confronti del sistema. Il caso ha voluto - non senza una certa ironia - che le due situazioni evocate nell'articolo di Gioni si verificassero contemporaneamente proprio durante la Biennale berlinese della quale lui è stato uno dei curatori. Mentre in una stanza al terzo piano di uno degli spazi espositivi, un noto gallerista tedesco spiegava a un collezionista americano a quale prezzo aggiudicarsi le opere esposte nella sala (non tutte però, perché un gran numero fa già parte della collezione Saatchi) nel palazzo di fronte era in corso un workshop intitolato Fast Forward, dedicato appunto ai curator e al loro futuro. Insomma, da un lato della strada si compiva esattamente ciò che a pochi metri di distanza si cercava di mettere in discussione. Conflitto di interessi? Circolo virtuoso, o vizioso, a seconda dei punti di vista. Perché se da un lato il crescente numero di curator permette di ampliare il discorso "arte" e di promuovere in giro per il mondo una miriade di nuovi artisti, dall'altro lato questi stessi curator rischiano di perdere la loro indipendenza trasformandosi in testimonial rassicuranti che fanno salire artificialmente le quotazioni degli artisti che selezionano. Un esempio puramente aneddotico ma rivelatore: due anni fa Alison Gingeras, la giovane ed effervescente curatrice della Fondazione Pinault a Palazzo Grassi, fece scalpore nel microcosmo dell'arte scrivendo un breve articolo sull'artista Piotr Uklanski per la nota rivista Artforum. Il testo accompagnava due pagine di pubblicità sulle quali appariva il colorato close up di un sedere femminile. Alison Gingeras spiegava nell'articolo che il fondoschiena era il suo e che il promettente autore della fotografia era il suo boyfriend Uklanski. Per una volta era il curator a lanciare le mutande - letteralmente - all'artista assurto a rock star. La breve polemica che ne seguì non contestava il nudo artistico, ma condannava la commistione palese di interessi, rilanciando una domanda fondamentale sul potere, sul ruolo e sull'indipendenza del curatore. Una questione che Robert Storr - curatore della Biennale di Venezia - riassume con un aneddoto. "Un po' di tempo fa discutevo con un'amica, un'artista affermata, e quando ci siamo salutati per darci appuntamento a Venezia mi ha detto "ci vediamo alla fiera". Un lapsus freudiano estremamente rivelatore del confine labile che separa le grandi fiere dalle grandi biennali". La "questione" italiana Una tematica che comincia a essere dibattuta quindi, non solo a Berlino. Ed è interessante che proprio qui in Italia - dove, contrariamente ai Paesi anglosassoni, la figura del curator si è mossa fino a oggi in un ambito decisamente circoscritto e più spesso all'estero - sia stato istituito il premio Lorenzo Bonaldi per i giovani curatori presso la GAMeC di Bergamo. Evento di fresca data e unico al mondo, il premio Bonaldi "nasce dalla necessità di riconoscere e affermare una professione divenuta sempre più necessaria all'arte", come sottolinea Giacinto Di Pietrantonio ideatore del premio insieme a Cristina Rodeschi e Alessandro Rabottini. Una necessità che stenta ancora ad essere soddisfatta pienamente forse a causa di alcune peculiarità tutte italiane. Contrariamente ai Paesi anglosassoni e alla Francia, da noi deve ancora svilupparsi un vero network dell'arte in termini di trasversalità, di spazi espositivi, di pluridisciplinarità, di collaborazione tra istituzioni pubbliche e fondazioni private, per non parlare di una certa diffidenza tutta italiana nei confronti di volti giovani. Molti, tra i giovani curator italiani, devono fare cose significative all'estero prima di potersi affermare nel proprio paese. Quindi: una realtà italiana fertile di talenti, pregna di grande potenzialità, ma ancora molto statica istituzionalmente, come se, per il momento, non si fosse ancora delineata precisamente una vera rappresentazione dell'arte contemporanea. Carriere globali Eppure qualcosa sta cambiando: da alcuni anni anche da noi sono nate scuole per i curator, che producono una generazione attiva, nomade, a cavalcioni tra progetti e Paesi, rivolta verso il futuro dell'arte contemporanea. All'estero scuole prestigiose quali il Goldsmith College, la Sorbona, il Bard College propongono corsi di laurea specifici per soddisfare le richieste di giovani che sognano di intraprendere questa carriera. Teoricamente gli sbocchi non mancano: il numero di biennali, triennali, e altre manifestazioni legate all'arte sta aumentando in modo esponenziale e caotico, al punto da far dire agli addetti ai lavori che ormai l'unico posto al mondo senza una biennale d'arte è l'Antartico. E probabilmente per poco tempo ancora: proprio in questi giorni è stata inaugurata la Bienal del Fin del Mundo, nella città di Ushuaia, quasi alla fine del mondo appunto (www.bienalfindelmundo.com). Così come gli stessi addetti ai lavori cominciano a preoccuparsi della sfortunata coincidenza di calendario (ma fortunatissima per alimentare il trend del turismo cultural-artistico, vedi box) che vedrà nell'arco di pochi giorni l'inaugurazione della Biennale di Venezia, di Documenta e MĂ¼nster, seguite a ruota dalle biennali di Istanbul, Atene (la prima edizione) e Lione. Tutto quasi alla stessa data: tripudio d'arte o indigestione di curator, a seconda dei punti di vista. Ma è chiaro, come hanno sottolineato i partecipanti di Fast Forward, che l'arte e i suoi curator non hanno bisogno di un maggior numero di biennali ma di manifestazioni che siano veri strumenti critici. E inoltre, che l'indipendenza e il ruolo propositivo del curator possa esprimersi non solo nel quadro di grandi manifestazioni ma anche in realtà meno famose, musei più piccoli, città meno frequentate, ai margini dei centri di potere. Arthur Danto ama ripetere che oggi, più dei filosofi, sono gli artisti a formulare le domande urgenti, essenziali, sulla vita. Il ruolo dei futuri curator è di percepire queste domande e farne da cassa di risonanza.

Dove scrivono Nell'ambiente universitario americano vige una regola sacrosanta, riassunta in una formula: publish or perish. Più semplicemente significa che per aspirare a una carriera di un certo livello bisogna pubblicare. Questa è ormai la regola anche nell'ambiente dei curator: scrivere per autorevoli riviste d'arte è un passaggio quasi obbligato. Non solo per far circolare il proprio nome ma anche, e soprattutto per far viaggiare idee. Ecco alcune delle testate da non perdere : Artforum www.artforum.com Parkett www.parkettart.com Contemporary www.contemporary-magazine.com Frieze www.frieze.com Flashart www.flashartonline.it Artpresse www.artpresse.com

Un premio per gli under 35 Qui. Enter Atlas: ecco il titolo del Simposio Internazionale di Giovani Curatori organizzato dalla GAMeC (Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo) in collaborazione con lo S.M.A.K., il museo d'arte contemporanea di Gent. Il simposio si propone di "fare il punto su opinioni, prospettive, problematiche e progettualità della professione di curatore". Insomma: fare il punto sul ruolo che il curatore ha assunto nell'economia culturale mondiale e dare spazio alla generazione under 35. Di questi, cinque sono i finalisti del premio Bonaldi Enterprize, altra manifestazione patrocinata dalla GAMeC per sostenere e promuovere la ricerca e il progetto di mostra di un curatore under 30. Istituito nel 2003, e unico nel suo genere, il premio vuole sottolineare la centralità e il significato che la figura del curatore ha assunto non solo nel panorama artistico ma anche per le pratiche culturali contemporanee. Il vincitore sarà annunciato il 5 giugno, al termine del Simposio, e il progetto selezionato presentato nell'ambito di una mostra. www.gamec.it

Made in Italy Nomi storici, internazionali, emergenti: sono i curator italiani. Ăˆ facile incontrarli in un aeroporto perché spesso lavorano più all'estero che qui da noi. Sono Paola Antonelli, Francesco Bonami, Achille Bonito Oliva, Sarah Canarutto, Germano Celant, Caroline Corbetta, Emanuela De Cecco, Gigiotto del Vecchio, Giacinto Di Pietrantonio, Ida Gianelli, Massimiliano Gioni, Alessandra Pace, Chiara Parisi, Roberto Pinto, Giancarlo Politi, Michele Robecchi, Marco Senaldi, Marcello Smarrelli... La lista è ancora lunga, ma la si può facilmente aggiornare navigando nei siti www.undo.net e www.exibart.com, dedicati all'arte contemporanea e ai suoi molti protagonisti.

Art Tour L'evento è atteso dagli appassionati d'arte quasi quanto il passaggio della cometa di Halley dagli astrofisici, perché bisognerà aspettare un altro decennio prima che si ripeta. Si tratta delle inaugurazioni di Documenta 12, Skulptur Projekte MĂ¼nster e della Biennale di Venezia, a cavallo tra il 10 e il 17 giugno. Tre date alle quali si aggiunge l'immancabile appuntamento di Art Basel la cui inaugurazione è stata spostata proprio per evitare spiacevoli incidenti di calendario. E dimostrare soprattutto che il confine tra arte e mercato si fa sempre più esile. Gli organizzatori delle manifestazioni hanno così pensato di creare un sito web nel quale sono presentate tutte le informazioni pratiche - dalla tabella oraria dei treni alla lista di alberghi di ogni città, con tanto di biglietteria on line - grazie al quale i clienti protranno organizzare una vera vacanza all'insegna dell'arte. Gli organizzatori parlano dell'iniziativa in termini di "nuova volontà di collaborazione a livello europeo e di creazione di un network culturale a vocazione internazionale". Il risultato, va detto per onestà, ha il sapore di un pacchetto turistico da tour operator, per quanto d'eccezione. www.grandtour2007.com

Who's who Missione impossibile: stilare la lista di tutti i curator in attività. Troppi nomi e troppi volti che arrivano sulla scena ogni anno, oltre 50 stando alle ultime cifre. Ma possiamo fare un'istantanea di alcuni nomi di cui si è parlato e/o si parlerà spesso nel 2007 perché sono curator che partecipano a manifestazioni importanti e/o hanno da poco accettato nuovi incarichi di rilievo: Hou Hanru: (Biennale di Istanbul); Robert Storr (Biennale di Venezia); Ida Gianelli (padiglione italiano della biennale); Roger M. Buergel, Ruth Noak (Documenta XII); Kasper König, Brigitte Franzen, Carina Plath (Skulptur Projekte MĂ¼nster); Hans Ulrich Obrist (Serpentine Gallery); Joseph Backstein e un team di curatori (Biennale di Mosca); Alison Gingeras (Palazzo Grassi); Eugenie Tsai, Robert Nickas (P.S.1 New York); Xenia Kalpaktsoglou, Poka-Yio, Augustine Zenakos (Biennale di Atene); Tom Morton (Cubitt Londra); Marc-Olivier Whaler (Palais de Tokyo); Ekow Eshun (ICA); Thierry Raspail (Biennale di Lione); Dan Cameron, Junjieh Wang (Taipei Biennale); Okwui Enwezor (BIACS Biennale internazionale d'arte contemporanea Siviglia.

TRATTO DA http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/04/07/attualita/attualita/141pro543141.html

 

Le mostre d'arte contemporanea secondo Daniel Soutif.

Intervista di Mattia Patti

 

Per capire alcuni aspetti organizzativi delle mostre d'arte contemporanea abbiamo incontrato Daniel Soutif, direttore dal 2003 del Centro per l'arte contemporanea Pecci di Prato. Dopo una lunga esperienza al Centre Pompidou, Soutif ha preso le redini del museo pratese, trasformandone la struttura organizzativa e dando grande importanza alla collezione permanente, che è stata riordinata e riallestita. Parallelamente Soutif ha sviluppato il programma espositivo del museo, allestendo mostre di respiro internazionale, ultima delle quali quella dedicata a Robert Morris (febbraio-maggio 2005).

  D: Alla luce delle sue diverse esperienze, crede che sia possibile indicare le caratteristiche fondamentali delle mostre d'arte contemporanea?



R: La questione è complessa perché esistono diverse tipologie di mostra. Ci sono le mostre monografiche e quelle tematiche; inoltre ci sono i grandi appuntamenti, come la Biennale di Venezia o Documenta a Kassel. All'interno di ciascuna di queste tipologie si possono poi avere delle varianti, delle particolarità. La monografica, ad esempio, può essere la mostra di un giovane artista tenuta in una galleria, ma può essere anche la grande retrospettiva di un artista famosissimo, ormai a fine carriera, allestita in una istituzione importante come il MOMA o il Pompidou: le diversità sono molte.L'elemento che più caratterizza le mostre d'arte contemporanea è comunque l'eventuale partecipazione dell'artista, che è un dato ovviamente impossibile da incontrare quando si lavora su un artista del passato. La mostra può essere un momento in cui l'artista produce dei nuovi lavori oppure in cui costruisce, con o senza la collaborazione di un curatore, una certa visione della propria opera. Talora il curatore è un semplice aiuto, a volte invece è un interlocutore fondamentale: alcuni artisti sono interessati alle opere e non alle mostre, per altri invece si potrebbe quasi dire che la vera opera è la mostra. Questa complessità che si può instaurare tra un artista e le sue mostre meriterebbe – credo – d'essere studiata attentamente.

Il problema principale riguarda comunque il taglio che si vuol dare alla mostra: fare una monografica significa riflettere su un artista partendo da un preciso e parziale punto di vista. Le mostre – è necessario ricordarlo – sono infatti sempre frammentarie, non possono che rappresentare una sola sfaccettatura della vita e dell'opera di un artista. Non si finisce mai, per questo motivo, di fare mostre di artisti anche molto noti. Ci sono mostre inutili, è vero, ma ci sono anche molte mostre utili, che fanno scoprire qualcosa di nuovo. Il compito di fare la scoperta, di renderla accessibile, spetta ora all'artista, ora invece al curatore.

Per tornare alla distinzione iniziale, è bene precisare che nella mostra tematica, ancor più che in quella monografica, il ruolo del curatore diventa centrale, egli assume decisioni che sono vere e proprie decisioni artistiche: propone un tema, anzitutto, e legge le opere in funzione del tema. Il grande rischio è che l'opera possa essere strumentalizzata, ma la situazione non è risolvibile: gli artisti di solito non fanno le opere perché vengano messe dentro una mostra tematica, infatti.

In certi casi, poi, accade che il curatore scelga un tema e poi chiami a lavorar su di esso gli artisti. La mostra diventa così una sorta di appuntamento, di incontro. Tra le mostre di questo genere merita d'essere ricordata Post Human , curata da Jeffrey Deitch nel 1992-93.

Quando, come in quella circostanza, il tema scelto ha un legame profondo con la dimensione antropologica della nostra società ed è effettivamente presente nel lavoro di un certo numero di artisti, la mostra arriva ad essere un vero e proprio evento. Gli artisti in una situazione del genere sono meno frustrati, probabilmente perché la loro opera fa eco con quella degli altri, e nasce un vero dialogo. Mostre che abbiano questa caratteristica sono però eccezionali.

Che siano monografiche o che siano tematiche, comunque, alla fine un elemento determinante – e ritorno al discorso dell'organizzazione – è che le cose stiano bene insieme, che ci sia una armonia. Quando si entra in una mostra bisogna respirare un'aria particolare, la poesia delle opere deve essere al suo massimo. Questo è forse il punto più delicato. Quando vedo certe mostre, anche mostre storiche, mi dispiace constatare che chi l'ha realizzata non è stato sensibile alle opere e alle loro possibilità espressive. 

D: Quanto tempo è necessario per preparare una mostra? Quali operazioni sono fondamentali per la sua realizzazione?  

R: Se ci riferiamo ad una mostra monografica, un lavoro serio su un artista importante richiede molto tempo, per ragioni che sono anche fisiche, geografiche. Le opere sono sparse nel mondo, in collezioni pubbliche e private. La prima operazione sta proprio nell'identificare il materiale, gli oggetti che potrebbero essere esposti. Non tutti gli artisti hanno un catalogo ragionato già fatto, completo. Alcuni artisti sono organizzatissimi, sono come ditte, hanno collaboratori e si servono di sistemi computerizzati che permettono di reperire rapidamente fotografie o informazioni sulla collocazione di un'opera, ma ci sono casi anche profondamente diversi. Per Robert Morris, ad esempio, abbiamo dovuto fare un grosso lavoro di identificazione dei Blind Time Drawings , che costituivano la parte centrale della mostra, e in fondo non abbiamo finito questo lavoro. Tra i depositi personali dell'artista, le gallerie e i collezionisti ne abbiamo identificati chiaramente un centinaio, ma pare che i Blind Time Drawings siano più di trecento. Terminata questa fase bisogna ottenere i prestiti, il che richiede un certo tempo: se un privato può decidere di prestare una sua opera in cinque minuti, infatti, per le istituzioni il discorso è molto diverso. Solitamente per un museo è necessario riunire una commissione, che deve studiare la condizione materiale dell'opera e che deve riflettere, inoltre, sulla strategia che intende seguire. Spesso queste commissioni si riuniscono poche volte in un anno e devono rispondere a numerosissime richieste. Per essere certi di poter avere in prestito un'opera bisogna così avanzare la richiesta circa due anni prima dell'apertura della mostra. Bisogna poi calcolare che la risposta potrebbe essere negativa, così che potremmo avere bisogno di altro tempo per trovare delle sostituzioni. Questi sono i principali problemi legati alla tempistica. Ottenuti i prestiti, la situazione cambia: la copertura assicurativa delle opere, il loro trasporto e l'allestimento sono infatti operazioni più semplici da gestire, anche se richiedono attenzioni molto particolari.

Per preparare bene una mostra, direi che sono necessari almeno due anni. Detto ciò bisogna tener presente la realtà, che nel nostro caso è quella italiana. La mia prima mostra a Prato, la mostra di Wim Delvoye, è stata fatta in dieci mesi, la mostra di Robert Morris è stata preparata in due anni o poco meno. Si può anche correre, certo, ma l'Italia è il paese dei record su questo terreno, le mostre nascono come funghi a una velocità allucinante. Del resto tutti, nel mondo, conoscono l'eccezionalità della situazione italiana.

D: Quando progetta una mostra ha in mente un destinatario, un pubblico?  

R: No, non penso mai a questo. Secondo me l'unico obiettivo è quello di fare la miglior cosa possibile. Ăˆ fondamentale chiedersi quali saranno i risultati del proprio lavoro, ma il pubblico come entità non esiste, non esiste un essere che ha un gusto e che si chiama pubblico. Sono convinto piuttosto che ci sono degli individui che sono sensibili alle bellezze che vengono proposte, e all'armonia che regola il modo in cui le opere sono esposte. Ăˆ decisivo calcolare esattamente gli spazi, in una mostra.

Il nostro corpo, il nostro occhio è dotato di una parte inconscia molto importante, non dico in senso freudiano, ma in senso leibniziano: sono le “piccole percezioni”. Tu senti il mare, ma non senti il rumore di tutte le gocce d'acqua, di tutte le molecole che lo compongono, hai una sensazione unica del mare. Credo insomma che la nostra sia una percezione molto fine, in realtà, e sono convinto che addizionando tutte le percezioni alcune cose funzionano armonicamente e altre invece non funzionano. Questa mia convinzione si applica a qualunque aspetto, ma se poi il tuo mestiere è il visibile non puoi sfuggire a questa regola, a questo sistema.

Il pubblico non si accorge subito di un errore, di un elemento non armonico, magari, ma poi, sotto sotto, sente che qualcosa non funziona. Credo che la gente possa capire tutto.

D: Organizzando mostre in un museo, che rapporto si stabilisce tra la collezione permanente e la mostra?

R: L'ideale è che le mostre lascino tracce nella collezione permanente e che la collezione permanente sia in grado di assicurare al museo una posizione tale che i prestiti siano facili. Ci sono musei di tutti i livelli, ma ad ogni livello esistono musei prestigiosi ed altri che invece prestigiosi non sono. Il Van Abbemuseum di Eindhoven, ad esempio, pur non essendo la Tate Gallery, il MOMA o il Pompidou, è molto stimato e gode di un grande prestigio. Bisogna tener presente infatti che da un lato ci sono collezioni mostruose, come quella del MOMA che conta circa centoventimila pezzi, o quella del Pompidou con sessantamila opere, che possono essere considerate come banche centrali. La loro importanza non scema neppure quando un mediocre direttore, che non è capace e non ha gusto, allestisce male il museo e non riesce a sfruttare al meglio il potenziale della collezione. In questi casi, infatti, la potenza del museo non dipende tanto da come viene presentata in un preciso momento la collezione, ma dal fatto che la “banca” contiene un numero di opere altissimo.

Ci sono musei invece che possono contare su una seduzione particolare, perché al loro interno si può trovare una armonia, un senso misurato delle cose. Gli olandesi sono stati particolarmente bravi a fare i musei in questo senso, basti pensare a Eindhoven e ad Amsterdam; se vogliamo uscire dall'Olanda, poi, possiamo citare lo Sprengel Museum di Hannover: pur essendo musei con ambizioni più modeste, si sente la traccia di direttori che hanno avuto un pensiero forte, che hanno saputo incidere in maniera decisiva sui caratteri di una collezione.

La relazione evidentemente nasce dalla stabilità del museo, che è quello che poi ci si deve aspettare. Adoro la National Gallery di Londra, ad esempio, dove tu puoi entrare, vedere un'opera e poi uscire. Tu sai che ci sono delle cose ben precise in quello spazio e quando vuoi, in maniera molto semplice, puoi andare a vederle. Ho riflettuto molto su che cosa potrebbe essere il museo di Prato, da questo punto di vista. Evidentemente per i pratesi e per i toscani il museo non basta a trovare motivazioni per venire regolarmente al Pecci. Il museo, in questo caso, può arrivare ad essere un fattore, un elemento di interesse, ma non di più.

D: Dopo questa sua esperienza pratese, come le sembra che sia la situazione italiana? Ci sono delle professionalità che crede debbano essere sviluppate, o addirittura introdotte nel nostro paese?

R: Sicuramente. La situazione italiana è molto particolare e problematica. Ăˆ una situazione in cui c'è pochissima stabilità. Un caso a parte è la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, che però comprende anche tutto l'800. Altre eccezioni sono la Galleria d'Arte Moderna di Torino, il Castello di Rivoli o il MART di Rovereto, dove trovi un alto grado di professionalità. Maria Vittoria Marini Clarelli a Roma o Nino Castagnoli a Torino sono dei professionisti più che validi. Se si guarda ad altri centri come Rivoli o il MART, che magari lavorano in termini più stretti con il contemporaneo, troviamo anche in quei casi professionisti di alto livello come Ida Gianelli o Gabriella Belli. Ma al di là di questi musei e di pochi altri ci si imbatte in un terreno in movimento permanente, in cui le cose appaiono e presto, se non subito, spariscono. C'è una quantità incredibile di musei, sembra che ogni cittadina debba avere un centro dedicato all'arte contemporanea, ma al contempo la critica si agita e attacca in maniera veemente ogni iniziativa. Basti pensare al Palazzo delle Papesse a Siena, che in questo momento subisce lo stesso tipo di polemiche che abbiamo subito qua a Prato. Il discorso è sempre lo stesso: che cosa fa il museo? Che cosa vogliono significare le opere che ci sono dentro? Perché dovremmo spendere dei soldi per un museo d'arte contemporanea, dal momento che non viene visitato? Queste sono le considerazioni.

C'è una carenza di cultura che in realtà non riguarda soltanto il contemporaneo. Credo che l'Italia sia un paese pieno d'arte, tutti credono di sapere cosa essa sia, ma alla fine, a parte quei casi di mostre che sono eventi quasi “televisivi”, nessuno va a vedere cosa vi sia d'arte in un luogo, in una città, anche se facilmente raggiungibile. Il dramma dell'Italia forse sono proprio le mostre.

La mostra di Duccio, ad esempio, è stata fatta con una proporzione importante di quadri permanentemente presenti a Siena. Naturalmente c'erano anche delle opere provenienti da musei internazionali ma tuttavia non fu spostato dal Museo dell'Opera del Duomo il capolavoro di Duccio, la Maestà . Questa mostra fu sicuramente un evento, ma questa cultura dell'evento conduce a risultati paradossali. Poi, cosa succede dopo? Per esempio l'anno scorso ci fu la mostra Perugino a Perugia e quest'anno, sarà meno interessante Perugino, sarà diventato inutile?

La cultura museale è la cultura del patrimonio e sta andando verso il basso; le professionalità corrispondenti seguono questo movimento. In un museo come quello di Prato ho cercato di creare delle professionalità, ad esempio ho creato un responsabile della collezione, con il quale abbiamo restaurato molte delle opere della collezione che sono esposte, abbiamo catalogato la collezione, abbiamo fatto un database della collezione. Per le mostre, ho cercato di creare le professionalità nei diversi elementi della catena che abbiamo illustrato prima. Ma non so cosa succederà in futuro. Manca una esatta coscienza di queste realtà professionali. Quel che manca di più è la figura del direttore del museo. Esiste la figura del curatore o quella del direttore artistico, che è solo un curatore stabile, invitato stabilmente da una istituzione, ma il curatore – così come viene spesso inteso nella pratica italiana – è una figura con un taglio ben particolare, entra poco nella tecnicità. Sceglie gli artisti ai quali fare mostre, in che modo farle e basta. La situazione non è molto promettente, a dire il vero. Non so, per i giovani che vogliono lavorare in questo campo, come possa essere il futuro.

La politica sotto questo aspetto ha una responsabilità veramente tragica. E' pericoloso risparmiare sulla cultura.



 

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Al seguente link potete visionare il servizio sulla mostra realizzata dagli studenti del Master in Curatore Museale dello IED di Roma.http://www.uniroma.tv/?id_video=18240Ufficio Stampa uniroma.tvinfo@uniroma.tvhttp://www.uniroma.tv 
La perdita per l'arte è stato vedere il minestrone dell'Euro Hotel. Ricordo che accanto ad opere di sicuro successo e valore c'erano soltanto chincaglierie (secondo l'etimo francese). Mi sono chiesto il perché e ho fatto le mie ricerche. Attenzione ai millantatori dell'arte che non curano gli artisti, ma solo se stessi con roboanti definizioni e senza alcuno spessore, macchiando di sé l'arte e tutto il sistema della cultura. Il fil rouge di Russo-Sateriale si è mantenuto finché hanno lavorato da soli. Forse le cattive compagnie li hanno sviati un poco.  Ben detto Mario. Trendy da Firenze
Cara dott.sa Sateriale, condivido pienamente questo suo scritto. La prova l'ho constatata ieri alla vista della mostra di Antonio Molinari da Lei curata all'Ecomuseo di Castellina Marittima. Posso solo lasciare alcuni commenti sintetici e veri: bella mostra mostra per molti esposizione ed allestimento curato e professionale video interessanti e ben inseriti scelta delle opere accurata e condivisibile presentazione del libro affascinante e ben esposto il libro di facile lettura ma ben strutturato e assolutamente da leggere " uno spaccato d'Italia visto da un artista, animo gentile e sensibile, che ho riconosciuto nell'opera di Molinari".   Posso solo scrivere che seguo con attenzione la coppia "Russo-Sateriale" che solo in questa occasione riconosco come professionisti ed appassionati d'arte contemporanea (nel passato vedi altri miei commenti rivolti alle esposizioni fatte all'Euro Hotel, si erano un po' persi). I miei più sinceri complimenti e un augurio di buona mostra Saluti Mario da Roma (il criticone)  
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